Comunicato SLC Roma e Lazio su Almaviva

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Riporto qui il comunicato pubblicato dalla SLC Roma e Lazio e dalla CGIL Roma C.O.L., che fa un punto sulla vertenza Almaviva a poco meno di un mese dai licenziamenti avvenuti, e fa alcune considerazioni sulla situazione delle relazioni industriali nel comparto Telecomunicazioni, anche alla luce della rottura delle trattative sul CCNL e del conseguente sciopero del prossimo 1 febbraio.

 

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ALMAVIVA 1666…..

Ad un mese circa dal licenziamento di 1666 lavoratrici e lavoratori della sede romana di Almaviva cosa rimane?
Resta il dramma oggettivo di 1666 persone a casa senza lavoro e, forse, il dramma di un intero settore che temiamo non abbia ancora ben riflettuto su cosa significhi una tragedia simile.
Si resta francamente molto perplessi di fronte all’atteggiamento di parte del mondo istituzionale e, lo diciamo con sincero rammarico, sindacale che ad un mese da una disfatta simile ancora si attarda in una caccia all’untore prendendosela con la parte oggettivamente meno colpevole di questa vicenda, non comprendendo a nostro avviso la portata vera di un tale avvenimento.
Essere arrivati a licenziare in una sola notte 1666 persone in un settore complessivamente ancora “ricco”, almeno rispetto al panorama economico del Paese, non può davvero essere attribuito solo alla scelta di 13 persone. Un settore che ha fatto della modernità del sistema delle relazioni industriali (basta leggere quanto ancora sostenuto da ASSTEL in sede di rinnovo del CCNL delle Telecomunicazioni) un presunto fiore all’occhiello si è invece ritrovato tutto d’un tratto in una dinamica che ricorda molto da vicino gli anni 50 piuttosto che il futuro tanto sbandierato: bevi o affoga. Ed è altrettanto impressionante che nel frattempo poco o nulla sia accaduto dinanzi ad un fatto tanto eclatante.
E’ del tutto evidente che qualcosa non abbia funzionato ben prima di arrivare alla notte fra il 21 ed il 22 dicembre! O forse qualcosa ha funzionato fin troppo bene. Si rimane del tutto basiti di fronte all’incapacità di alcuni di leggere la reale portata di quanto avvenuto in Almaviva. Non si può non vedere (oltre al dramma personale dei 1666 licenziamenti che naturalmente viene prima di ogni considerazione “politica”) un segnale inequivocabile di un rischio più che potenziale di cambiamento di relazioni sindacali. Sino ad oggi, pur tra mille difficoltà, quello delle Telecomunicazioni è stato un settore dove le parti sono state in grado di trovare delle mediazioni sostenibili in nome della tenuta occupazionale. Delle mediazioni reali, dove nessuna delle parti poteva vantare l’annullamento delle ragioni dell’altra. Il messaggio che ci viene dalla vicenda Almaviva va purtroppo in direzione opposta. Ci riporta purtroppo una dinamica di scontro frontale dove una delle due parti, quella datoriale, ha spinto il confronto fino all’azzeramento delle ragioni dell’altra parte, del sindacato e dei suoi rappresentati, fino al raggiungimento del massimo della posta anche a costo di licenziamenti massivi e di una prossima trattativa sul sito di Napoli che davvero si fatica a definire tale dal momento che la fine è già scritta e l’eventuale mediazione è lasciata esclusivamente al “buon cuore” dell’azienda.
Di fronte a tutto questo comprendiamo l’atteggiamento di parte delle Istituzioni (hanno impiegato “solo” 4 anni a far rispettare la norma votata dal Parlamento che doveva rendere più difficili le delocalizzazioni per poi partorire uno strumento che legittima di fatto le delocalizzazioni in Romania) che hanno tutto da guadagnare nella ricerca di un capro espiatorio di fronte ad una oggettiva lentezza, quando non disinteresse, nel recepire regole chiare a salvaguardia di un intero settore.
Si comprende altrettanto bene la posizione di alcune realtà imprenditoriali che pensano di poter scaricare le proprie inettitudini manageriali o debolezze finanziarie sui lavoratori. O, come nel caso di buona parte dei committenti del mercato dei call center che con cinismo e cupidigia applicano politiche ribassiste indegne per lucrare cifre che, dinanzi ai propri bilanci miliardari, assumono dimensioni ridicole ma che costituiscono la vita o la morte di realtà imprenditoriali che danno di che vivere a migliaia di donne e uomini.
Meno condivisibile invece la reazione di parte del mondo sindacale. L’identificazione di un capro espiatorio difficilmente può rassicurarci. Il punto davvero spaventoso della vicenda Almaviva non è tanto se una parte dei delegati abbia firmato o meno , ma dove Governo ed azienda hanno portato coscientemente il confronto, sul campo del “o bevi o muori”. La firma dell’intera delegazione sindacale avrebbe sicuramente evitato i licenziamenti il 22 dicembre, ma sarebbe rimasto intatto sul tavolo il vero macigno di tutta questa vicenda. Invece di rassicurare i lavoratori di altre aziende circa la propria disponibilità alla “bevuta”, occorrerebbe che ognuno di noi si attivasse in tempi rapidissimi per ricostruire una piattaforma confederale che riporti il confronto su basi civili ed accettabili e che non faccia precipitare questo settore indietro di 10 anni. Perché la ricerca strumentale di un capro espiatorio sta, a nostro avviso, mettendo in secondo piano gli obiettivi reali della partita giocata, forse non solo per se stessa, da Almaviva: riportare il confronto (anche con modalità drammatiche) non tanto sulle regole e le norme che rendono più o meno competitivo un settore, quanto limitarsi a comprimere costi e diritti, acquisendo una competitività effimera se non del tutto controproducente. E questo vale non solo per i lavoratori dei call center in outsourcing. Se si comprimono costi e diritti degli outsourcer e si sdogana la delocalizzazione in Romania per quanto tempo potranno sentirsi al sicuro i lavoratori di call center dei gestori?
Bisognerebbe invece ripartire proprio dai drammatici esiti della vertenza Almaviva provando a riaprire unitariamente un ragionamento complessivo, che tiri fuori le colleghe ed i colleghi di Napoli da una morsa indecente per la quale non possiamo che esprimere loro la massima solidarietà e rimetta dentro la realtà di Roma e di tutte le altre sedi Almaviva. Occorre ripartire dalla mobilitazione per il rinnovo del CCNL delle Telecomunicazioni per respingere altri eventuali epiloghi simili a quello di Almaviva. In una parola bisogna ricostruire una proposta condivisa che riporti immediatamente il settore su binari di confronto civili.
Pensare che quanto accaduto in Almaviva sia un banale incidente di percorso risolvibile affidandosi a delegazioni “più responsabili” è legittimo ma pericoloso perché ci fa sottostimare la sfida che Almaviva ha lanciato a tutto il sistema di relazioni sindacali (basta leggere le dichiarazioni dell’AD di Sky che propone il trasferimento di 300 persone da Roma a Milano con le buone, soldi, o con le cattive). E francamente è altrettanto pericoloso limitarsi a rassicurare altri lavoratori di altre aziende oggi apparentemente meno “a rischio” circa la disponibilità, se necessario, delle proprie delegazioni a “bere” in caso di bisogno. In questo modo si finisce per legittimare un cambio radicale nelle relazioni sindacali e si rischia di snaturare la natura stessa del sindacato. Senza sapere peraltro cosa e quanto bisogna “bere”.
Il sindacato confederale ha senso se capace di fare proposte condivise dai lavoratori ed accordi, anche coraggiosi. Le proposte senza gli accordi rischiano di essere sterili, gli accordi senza le proposte ed i percorsi condivisi sono pericolosi perché rischiano di allontanare il sindacato dai lavoratori e relegarlo ad una funzione meramente notarile.

ROMA 22 GENNAIO 2016

SLC CGIL ROMA E LAZIO
SLC CGIL ROMA C.O.L.

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