Libera il lavoro – i due referendum della CGIL

Alcuni giorni fa la Corte costituzionale ha deliberato l’ammissibilità di due dei tre referendum per i quali la CGIL ha raccolto le firme nel corso del 2016, insieme alla proposta di legge di iniziativa popolare “Carta dei diritti universali del lavoro”, in altre parole il nuovo Statuto dei Lavoratori, depositata lo scorso settembre alla Camera insieme a un milione e duecentomila firme, mentre per i referendum la CGIL ha raccolto oltre tre milioni e trecentomila firme complessivamente. In seguito è stato costituito il comitato referendario, ed è iniziata la campagna elettorale, che negli auspici dell’organizzazione di Corso d’Italia porterà nella prima parte di quest’anno a superare il quorum e a ottenere una maggioranza di SI.

I tre quesiti sono stati inizialmente concepiti come un supporto alla proposta di legge, volti a cogliere gli aspetti ritenuti più negativi della legislazione sul lavoro prodotta in questi ultimi anni, che, secondo la CGIL, anziché sbloccare il mercato del lavoro ha causato una vera e propria crisi del lavoro stesso, ampliando a dismisura la precarietà, sbandierata come flessibilità.
I quesiti referendari dichiarati ammissibili sono quello sull’abolizione dei voucher, e quello sulla responsabilità solidale del committente negli appalti, mentre è stato dichiarato inammissibile quello sui licenziamenti illegittimi (e si attende di vedere le motivazioni di questa decisione). Segnalo solo che nell’ultima rilevazione ISTAT i licenziamenti disciplinari sono aumentati del 27%.
A questo punto l’errore da evitare per far comprendere l’importanza di questi referendum è considerarli per il loro mero contenuto, limitandosi a considerare la loro portata letterale, e gli argomenti a cui sono mirati, anziché considerare questa opportunità di ampliare il ragionamento allo stato sia del lavoro in Italia negli anni 2000, ma ancor di più al tipo di società che vogliamo per il futuro, per i nostri figli e nipoti.

Assemblea delegati CGIL lazio per referendum

In questi ultimi decenni di “turbo capitalismo” è stato fatto intendere che le ricette di austerità nei conti pubblici, col taglio dei servizi verso le fasce più svantaggiate della popolazione, della flessibilità nel mondo del lavoro, con la stagnazione o il calo degli stipendi e del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e simili (come le piccole partite IVA e le collaborazioni), la precarizzazione spinta all’estremo con la possibilità di acquistare lavoro dal tabaccaio, fossero l’unica strada verso un fantomatico benessere.
Queste ricette di marca anglosassone sono state applicate praticamente in tutto il mondo, anche nell’Europa continentale, dove invece era presente una cultura “socialdemocratica”, con lo sviluppo nel 20° secolo dello stato sociale, e di un’ampia ridistribuzione del reddito. Finora, e in particolare dopo l’inizio della crisi economica, hanno prodotto soprattutto la concentrazione dei capitali verso fasce sempre più ristrette di popolazione, i cosiddetti “rentier”, chi beneficia di rendite di posizione, impoverendo sempre più chi vive producendo il proprio reddito tramite il lavoro.
Quello che chiede la CGIL in questa campagna è, dicendo SI ai due referendum, di affermare che le politiche attuali non sono la legge di gravitazione universale, che questa non è l’unica forma di società possibile.
Nel giorno dei referendum, che speriamo sia fissato al più presto, possibilmente legandolo alle elezioni amministrative di quest’anno, si aprirà come uno “stargate”, una porta verso un’altra dimensione. Un modo di intendere i rapporti sociali, in primis i rapporti di lavoro, da una visione dell’uomo esclusivamente economica, a una dimensione in cui la persona può svilippare tutte le proprie potenzialità, potendo contare ad esempio sulla stabilità del reddito. Questo perché il mercato del lavoro diventerà veramente libero, in altre parole si potrà passare da un lavoro a un altro sulla base delle proprie capacità, e il lavoro sia remunerato correttamente. Oggi per assurdo possiamo dire che il lavoro non è libero, perché non permette tutto ciò, mentre in realtà si creano delle condizioni di quasi schiavismo, e in ogni caso è più difficile cambiare lavoro progredendo nello stipendio, come anche mantenendo lo stesso livello di reddito (anzi chi perde il lavoro rischia di cadere nella povertà).
Ricapitolando, tramite i referendum la CGIL persegue l’obiettivo di liberare il lavoro, cancellando le condizioni di maggior precarietà attuali, e di aprire la strada a tutta un’altra Italia, indicando che è possibile un tipo di società diversa dall’attuale “turbo capitalismo”.

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