Il diaconato femminile, una possibilità nella Chiesa di Francesco

Aveva suscitato un certo clamore mediatico lo scambio di battute avvenuto lo scorso 12 maggio fra Papa Francesco e alcune delle partecipanti all’assemblea plenaria delle Superiori generali degli ordini monastici femminili, generato dalla domanda sulla possibile apertura al diaconato femminile. Il Papa aveva replicato manifestando l’appoggio alla costituzione di una commissione per approfondire lo studio di tale questione, generando l’equivoco (interessato?) nei mezzi di informazione di una possibile apertura al sacerdozio femminile.
Lo scorso 2 agosto, quindi in tempi abbastanza rapidi per la struttura ecclesiastica, è stata resa nota la costituzione di questa commissione, a cui tra l’altro parteciperanno 6 donne, e di notevole spessore accademico e teologico [1], e questo mi sembra delineare un reale interesse della Chiesa, e in particolare di Papa Francesco, ad approfondire la possibilità che anche le donne possano diventare in futuro Diaconi Permanenti.

Ma che cos’è un Diacono nella chiesa cattolica? Il Diacono è uno degli Ordini Sacri previsti dalla struttura della chiesa, insieme al Presbitero e al Vescovo. La figura del Diacono è poi particolare, perché può essere sia un’ordinazione che precede quella sacedotale, sia un’ordinazione definitiva, con scopi diversi da quella dei sacerdoti.
Esiste infatti fin dalla Chiesa iniziale, quella degli Apostoli, la figura del Diacono, che a quei tempi era quella di uomini eminenti nelle prime comunità cristiane, a cui venivano imposte le mani da parte degli Apostoli con il compito di “curare la carità”, ovvero di gestire il buon funzionamento della comunità stessa, che metteva in comune tutte le risorse economiche e personali dei partecipanti.
Con il tempo e lo sviluppo organizzativo della Chiesa questa figura è andata in disuso, ed è stata riservata a coloro che sarebbero diventati sacerdoti, e solo con il Concilio Vaticano II degli anni ’60 del secolo scorso viene ripresa e valorizzata anche come figura anche separata dal Diacono “temporaneo”.
Il Diacono Permanente è oggi un uomo che può essere sia celibe che sposato, che riceve l’ordinazione a diacono dopo una formazione di almeno 5 anni, e che affianca i sacerdoti nella gestione di una comunità, con una serie di compiti che può svolgere in loro ausilio.
In particolare il Diacono, secondo quanto disposto nel Concilio, può «amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa (nel matrimonio cattolico i ministri che celebrano sono gli sposi, il “celebrante” in realtà accompagna e presiede la liturgia, ndr), portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali (le benedizioni, ad esempio), presiedere al rito funebre e alla sepoltura».
Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di San Policarpo: «Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti» (Lumen Gentium 29).
Se il Diacono è sposato non solo la moglie deve acconsentire alla sua ordinazione, ma partecipa attivamente alla formazione insieme al marito, e lo accompagna durante il suo ministero.
Uno dei motivi per cui è stata formata la commissione di studio sul diaconato femminile è che ci sono tracce della presenza di questo ruolo nella storia della Chiesa dei primi secoli.
In particolare Emanuela Prinzivalli, docente di Storia del cristianesimo all’università “La Sapienza” di Roma, riportava questi esempi su Avvenire subito dopo il 12 maggio:
• il passo della lettera ai Romani in cui san Paolo parla di una donna Febe, la “diaconos” della comunità di Cencre da lui descritta come “protettrice”
• nel capitolo terzo della Prima lettera a Timoteo. In quel passo si parla e si indica delle donne – all’interno di una gerarchia di Chiesa che era già strutturata in senso verticale – chiamate ad avvicinarsi alle stesse virtù praticate dai diaconi (uomini) e quindi allo stesso ruolo. Si tratta di figure descritte come: «dignitose, sobrie, non calunniatrici, fedeli in ogni cosa». Sono insomma donne chiamate a rivestire le stesse virtù cristiane prescritte ai diaconi
Plinio il giovane allora governatore della Bitinia agli inizi II secolo accenna alla messa sotto tortura di due schiave definite “ministrae”. Questa declinazione al femminile in lingua latina ci aiuta a capire che queste donne avevano un ruolo rilevante e non certo marginale nella Chiesa di Bitinia.
• I casi palesi di “donne diacono” si manifestano chiaramente alla fine del IV secolo nella Chiesa di Costantinopoli, come Olimpia amica di Giovanni Crisostomo che viene ordinata con l’imposizione delle mani da lui. Erano dedite alla liturgia e alla cura pastorale della parte femminile della Chiesa di quel tempo [2].

Molto probabilmente la domanda che ha dato inizio a questo percorso trae origine dal fatto che in molti posti la mancanza di sacerdoti fa sì che diversi compiti, come la catechesi, la distribuzione dell’Eucarestia, la guida della preghiera comune, siano gestiti da religiose, quindi “basterebbe poco” per sancire ufficialmente questi carismi, senza aperture al sacerdozio femminile, ma rilanciando il ruolo della donna nelle istituzioni ecclesiastiche, che sembra troppo limitato nel tempo attuale.
Francesco Romeo

Per approfondimenti
[1] http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/commissionediaconatofemminile.aspx
[2] http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Nella-Chiesa-delle-origini-cerano-.asp

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